mercoledì 9 febbraio 2011

(sub)urban I.


C’era un’aria cattiva, un’aria silenziosa.
Era come se il mondo avesse deciso di condensarsi dietro le ombre, a grattare sui vetri.
Il freddo ti entrava nella testa, nelle vene, giù, giù, sotto il cuore.
A. tira su la lampo, osserva e si lascia osservare. Sa di avere i capelli sporchi, non gli interessa.
Il frastuono del traffico si arrampica per i muri di palazzo Enzo; il Nettuno è sempre indifferente, a lui di queste cose frega davvero niente.
Ci sono le solite luci, i soliti colori, magari non proprio gli stessi odori.
Gli si avvicina D., e come sempre irrompe nelle vite degli altri senza mai chiedere il permesso o pulirsi le suole dai minuti che calpesta.
Allora, gli dice.
Stiamo decidendo dove andare, tu hai qualche idea?
Tanto lo sa già come finirà, A.
Andranno a sedersi in qualche pub, o magari gireranno ancora per un po’; qualcuno farà su, forse, ma non ci si può davvero contare. Vorrebbe alzare uno sguardo pieno di risentimento su D., quel gran coglione. Non si rende conto che stanno vivendo le vite degli altri? È tutto uguale, appiccicoso.
Poi però ci ripensa, lui non ne ha colpa.
Andiamo all’Irish, dice.
Ma muoviamoci, sennò non troviamo posto.

L. sta scegliendo credo la terza maglietta, tanto è già in ritardo e continuerà ad esserlo, maglia o meno.
Le butta alla rinfusa sul retto, sembrano le sue idee nei giorni di pioggia più fitta.
Il computer ronza dispettoso sul tavolo, rimarrà acceso oppure scoppierà l’universo e allora si degnerà di spegnersi.
Qualche ora prima D. le aveva mandato un messaggio, diceva andiamo all’irish vieni dai.
A L. piaceva stare con D.; a L. piaceva D., credo, ma non ha troppa importanza.
L. sta in via Mascarella, un appartamento con due sue amiche di Firenze che sono salite con lei per studiare qui.
Getta uno sguardo distratto fuori dalla finestra: il venerdì si stende ozioso e senza troppe moine, è un animale bravo, obbediente, senza grandi pretese.
Sceglie il cardigan grigio e sotto una maglia un po’scollata, nera. I jeans, sono i soliti; le scarpe, pure.
Esce, non saluta, perché tanto è a casa da sola, le altre due sono scese dai genitori per il finesettimana. La porta cigola, Bologna le chiede di fare meno casino.

Si ritrovano tutti seduti intorno ad un tavolo per una riunione chiassosa, nel religioso torpore imposto dalla birra e dagli sguardi di pietra e di acqua insieme.
Ridono e ridono, le cazzate si gonfiano nell’aria, sono bolle di sapone che scoppiano nel fumo della sala fumatori, lasciandosi dietro solo il ricordo di quello che sono state.
L. sa di aver bevuto abbastanza, ma non si accontenta, vorrebbe qualcosa di più.
D. sa di piacerle, vuole giocarsi la faccia e provare il tutto per tutto.
A. ogni tanto si zittisce, fa lo scontroso, si chiude le braccia e la bocca per poi ricominciare tutto da capo.
C’è anche P., che continua a far girare lo sguardo intorno, magari vede qualcuno che conosce e potrà dimostrare agli altri e a se stesso che ha tanti amici.
M. non aveva voglia di uscire, ma eccola, è lì con loro, e allora smettila di lamentarti. Vorrebbe baciare baciare baciare, e forse fare l’amore, oppure no, magari basta pure una scopata, e ti saluto malinconia.
C’è un innocente squallore in quest’istantanea di vita, e pure un po’in quei loro sogni magari nascosti o magari preconfezionati, da scaldare nel microonde.
Potrebbero essere i protagonisti di carta di romanzi da edicola, o di qualche capolavoro intramontabile, che disegna vite e cornici come se fossero banali ovvietà.
Ma a loro queste cose non passano nemmeno per la testa; forse solamente ad A., perché a lui non basta la vita, a lui non basta Bologna.
A lui non basta svegliarsi la mattina, lavarsi via i sogni della notte ed abbandonarli nell’asciugamano, sfregarsi i denti come al solito, vestirsi e poi saltare sul 32, che puzza sempre, cazzo, anche quando ci sono dieci persone.
Scende, cammina, si gira, saluta, sorride, bla bla bla, e lo sappiamo già.
In aula, ascolta, prende appunti, poi magari smette, può ricominciare se ne ha voglia, scambia parole e opinioni spicciole, guarda sempre le ragazze che si alzano e vanno da qualche parte, e pensa magari le parlo, la saluto, la impezzo con un pretesto qualunqu(ista)e, e così lei dirà che persona interessante.
Però sono solo pensieri.
Si legge, si comprime il tempo e si scola la pasta, poi arriva la sera, il momento peggiore.
Si vorrebbe sempre fare qualcosa di diverso, ma alla fine si fa sempre lo stesso, non cambia molto, e sembra potrebbe non cambiare mai.
Almeno una volta al giorno vuole fare l’intellettuale, si mette a parlare, declamare e litigare, perlopiù con D., che non sopporta proprio quelli dalla retorica facile e le idee di nebbia.
Intanto L. si è accesa una sigaretta, e soffia via del fumo insaporito dalle sue labbra, che incantano; sono sospese nel posto giusto, sotto quegli occhi che si ritrova, che ti si piantano dentro, a forza.
Vorrebbe poter dire una cosa da lasciare D. a bocca aperta, spogliarlo della sua sicurezza, di quel sorriso che gli taglia la faccia come una smorfia, e che affascina sempre.
E invece fuma, e cerca di far finta di ascoltare P., che raffazzona quattro parole e ride compiaciuto.
M. a un certo punto alza la mano, saluta lontano.
Si avvicina un ragazzo, le sorride, sembra bello, ma poi dipende.
Si chiama S., si droga, e questo dovrebbe bastare.

giovedì 3 febbraio 2011

Apocalisse IV (Ende)


Si spegne il mondo, il mondo è in fiamme.
Arde il mondo, il mondo grida.
Io passeggio insolente fra le strade di cenere, incurante della pioggia arida che inibisce i sorrisi ed i passi che sollevano nubi sciocche di polvere dolorante.
Con un dito disegno un pallido sorriso su un muro di cinta, sulla punta delle labbra nascondo fiumi di lettere e segreti, stordendomi il cuore con qualche ricordo che avvampa, di qua e di là.
Passa un cavallo, bellissimo, in fiamme.
Lascia dietro di sé un’ombra di fumo rosso, una virgola arruffata.
Cammino misurandomi l’anima in centimetri di stanchezza, come se non avessi di meglio da fare.
Guardo gli alberi tendersi al cielo, come se pregassero.
Le ultime foglie secche danzano al suono di una brezza senza perché; sembrano stiano battendo i denti, per il freddo.
Mi avvicino ad un tronco, vi appoggio l’orecchio.
Non so perché, ma forse vorrei sentire da lui qualcosa che mi sveli un mistero insoluto, una domanda da far inginocchiare il mare e impazzire il vento.
Ma lui se ne sta lì, muto, a salmodiare sui lapilli ardenti che sono le sue lacrime e le sue stigmate.
Cerco una nuvola, in cielo.
Mi accoglie l’occhio buio dell’indifferenza, e all’improvviso, ecco piovere pagine e pagine bianche.
Le parole si bagneranno tutte, s’inzupperanno, non lasceranno che qualcuno ancora le sporchi con i suoi sguardi avidi e mollicci, con quelle dita di fango, e la lingua di pece.
Sono ostie bianche di carta, i corpi di mille cristi che danzano nel nome dell’ignoranza e del digiuno, spandendo nel silenzio l’odore flebile della paura e delle lacrime.
All’improvviso, mi pare che un canto si profili dietro lo scrosciare di lettere.
Un minareto crolla, e dentro, sotto mattoni che sembrano croci, si stringono i figli di tutti gli dei, anche quelli più superbi, e piangono in coro gli amori che hanno lasciato nelle tasche dei ricordi, scambiando la vita per una fede da fast-food.
Un bambino penzola a testa in giù da un’arcata imponente.
Tiene fra le dita paffute e sporche un biglietto, che dice qual è il volto del domani?, ma, poverino, non sa leggere, perché gli occhi gli si sono cementati di luce ignorante.
Geme, piano piano, chiede dimmi il nome di dio dimmi il nome di dio dimmi il nome di dio.
Gli si avvicina un corvo, mormora piano qualcosa, poi gracidante scappa via, terrorizzato.
Il bambino comincia a gridare, via, via, VIA VATTENE VIA, ma è troppo tardi.
Si contorce, piccola squallida serpe, cede il muro, tutto crolla, in un istante.
Si levano lapilli di miseria, e nulla più.
Trascino stanche le suole al ritmo cadenzato dei miei respiri; ma sono così stanco.
Mi guardo le punte dei piedi, non le riconosco.
Cammino da tempo, ma non ho mai cercato di arrivare alla fine.
Così è adesso che tutto mi appare così strano, come se lo avessi sempre saputo, o me lo fossi soltanto dimenticato.
Un uomo mi tira per la manica, mi dice qual è il nome di dio?, poi fa una capriola, e scoppia a piangere.
Ha il mento unto di saliva, gli occhi lividi per l’insonnia, e puzza come i deserti in fondo al cuore.
Mi guardo il braccio, una macchia invisibile di miseria è come un’epidemia celebrale, un’isteria, ed inizio a carezzarmi la coscienza, come si fa con i cagnetti stupidi ed affettuosi: no, non sarà così.
Non sarà con la bava alla bocca.
Mi trascino più in fretta, sono un verme nell’intestino del mondo, una tenia impacciata che balla uno swing meditabondo.
Mangio me stesso, e divoro tutto il resto.
Per certi versi, grufolo.
Una donna corre, nuda, le mani sanguinanti, il ventre sfondato, grida ho abortito le mie paure ho abortito le mie paure.
Un oceano di feti si ammassa sulla banchina di un porto macilento, e in lontananza un organetto da circo accompagna dieci piccoli clown, ognuno con una rivoltella.
Il cavallo.
Bang.
L’albero.
Bang.
Il bambino.
Bang.
L’uomo.
Bang.
La donna.
Bang.
E gli altri cinque stanno a guardare, mentre turbe di cani latranti si avventano sulle loro carni molli, sbranano e sbranano, e loro zitti, nemmeno un grido. Soltanto, stanno lì, e aspettano.
Io svolto un angolo immaginario, scuoto la polvere che ho nella mente, e penso che sto pensando che non vorrei mai dover capire.
Sento uno scalpiccio furente, il cuore mi balza in gola.
Passa, un cavallo, bellissimo, scheletrico.
Un denso fumo nero avvolge i suoi sbuffi, digrigna i denti in una smorfia di dolore ed odio, e di terribile pietà.
Mi getta a terra.
Mi domando, qual è il nome di dio?
I cani portano trottando la loro fame immonda.
Un vecchio mi striscia vicino, mi sussurra, lo sai qual è il nome di dio?
E in quel momento capisco, all’improvviso, con orrore, che lui lo conosce.
Io mi alzo di scatto, afferro una pietra, e lo colpisco, una due tre quattro cinque sei sette otto volte.
Poi ancora.
Ancora.
Ancora.
Alla fine, non rimane troppo da fare.
Mi siedo di nuovo a terra, cerco una sigaretta che so di non avere.
Ecco il primo di voi laidi bastardi. Venite, venite, ce n’è per tutti.
quando il primo mi strappa via la carne
non è come me lo sarei aspettato.
Per un momento, mi viene da ridere.
Lo sapete, voi, qual è il nome di dio?






poi comincio a gridare.

lunedì 31 gennaio 2011

apocalisse 3.

Si spegne il mondo, il mondo è in fiamme.
Arde il mondo, il mondo grida.
Io passeggio insolente fra le strade di cenere, incurante della pioggia arida che inibisce i sorrisi ed i passi che sollevano nubi sciocche di polvere dolorante.
Con un dito disegno un pallido sorriso su un muro di cinta, sulla punta delle labbra nascondo fiumi di lettere e segreti, stordendomi il cuore con qualche ricordo che avvampa, di qua e di là.
Passa un cavallo, bellissimo, in fiamme.
Ma adesso è ora di finirla, penso.
E comunque ho sempre pensato troppo.
Inganno il tempo quel tanto che basta per dimenticarmi di parlare ancora, per non blaterare di ovvietà quando sarebbe troppo tardi.
Ehi sta finendo il mondo.
Però ci sono queste immagini, che non capisco, che mi spaventano, vorrei una sottana a cui aggrapparmi come nelle fotografie sbiadite di una volta.
Per certi versi, è una cosa che credo di sapere già.
Si può ignorare il presente, insidiare la vita, portarla in un vicolo, e stuprarla con tutte le forze.
Puoi essere il più bastardo dei figli di puttana, o un gracile ometto dal buffo nome, con un amore segreto agli angoli della bocca.
Puoi arbitrare le vite degli altri, sputare figli nel caso, regalare fiori e tradire amanti e mogli, adescare le tue paure, disegnarti una fede al dito, o soltanto desiderare di avere le tette più grosse.
Puoi ammorbare i fogli di insensatezze, mentendo a te stesso, dicendoti bravo, bravo, applaudisciti, rotolati, un cagnolino, bravissimo, avrai un biscottino, una statua, presiederai gli stati, ricorrerai sui giornali più spesso dell’amore e dei silenzi.
Ma, ehi, sta finendo il mondo.
Niente foto, prego.
Dovreste spegnere i cellulari.
Fate poco casino, che dio c’ha mal di testa, e vuole riposare.
Si è stancato, si è stancato, e i bambini lo canzonano, pappappero, dio non ce la fa più.
E quel cavallo, quel cavallo, in fiamme.
L’ho immaginato, l’ho visto, l’ho ignorato, l’ho inseguito, l’ho perso e l’ho ucciso.
Lo mangerò, lo porterò con me, lo nasconderò ben stretto nel cuore.
Ho chiuso gli occhi, sono morto e risorto.
Ho scommesso con il cristo gesù, lui ha barato, lo so, il mazzo era truccato.
Per mondare la mia lingua volgare mi è stata tagliata di netto, ZAC, esposta sul bancone del macellaio.
Mi faccia un etto di pettegolezzo, il resto lo decida lei.
Corro, le mani premute in faccia, il sangue mi gorgoglia vorace da in fondo alla gola.
Mi scivolano via le parole, cerco di raccattarle, forse potrei ancora voler soffermarmi su un sentimento che non ho ben assaporato.
Ma le mie papille gustative ardono e scoppiettano come pop-corn, insaziabili e spaventate.
Le mani, le mie mani, si stanno lordando delle mie maldicenze.
Mi tremano, bruciano, fanno così male.
Per mondare le mie paure, mi strappano gli occhi, ZAC, rivenduti come preziosi ad un cieco che non li riconosce, e li getta via.
Che faccio, che faccio adesso?
Ehi, non lo sai che sta finendo il mondo?
Stai zitto, cazzo, non vedo niente.
Annuso fremente l’aria intorno, il vento fa il ritroso, si vergogna, non mi vuole raccontare niente.
Il sibilo dei rami secchi mi ricorda un sogno fatto da bambino, e che mi ha accompagnato troppo a lungo.
Ormai le labbra mi si sono gonfiate, pulsano, dolorose.
Ho paura ad accarezzarmi lì dove c’erano gli occhi.
Tremo tutto, spasmodico, come un folle.
Comincio a correre.
Il fumo si abbarbica per le narici, mi gratta furioso dietro la testa, e se potessi, piangerei ancora.
Non so dove stia andando, ma non voglio fermarmi.
Piano piano sembra tutto farsi più confuso, pateticamente dolce.
La prosa si strappa i vestiti, nuda si esibisce volgare in piroette e grossolane vaccate.
Non voglio più dover pensare a tutto questo.
Cosi corro, e corro ancora più forte.
Se potessi, si, direi di essere bellissimo.
Si, sarei così bello, cosi fottutamente bello.
Magari, mi dimenticherei di tutta questa sporcizia, non annegherei nel fango.
Sento il petrolio ribollirmi nel cuore, pulsato troppo veloce fin dentro la mia testa.
Inciampo, cado, ruzzolo, e di nuovo il dolore ride istericamente sino a sputare sulla mia rancida vergogna.
Brucio, si brucio.
Ardo, le mie grida si spandono, si spezzano, esplodono in frammenti scomposti.
Lentamente, mi abbandono ancora un poco al buio lucido e scivoloso.
Adesso, in bocca, ho un sapore di morte e di vetri sporchi.
Nei polmoni si attorcigliano nugoli di sospiri.
Mi contorco, il terriccio mi invade ferite invisibili.
Sento che qualcuno mi guarda, mi guarda e non capisce.
Forse, è triste per me, vorrebbe versare qualche lacrima anonima, da copione.
Magari si stropiccia le mani, perché non può stropicciarsi l’anima.

Ma, ehi, è la fine del mondo, no?

domenica 30 gennaio 2011

apocalisse II


Si spegne il mondo, il mondo è in fiamme.
Arde il mondo, il mondo grida.
Io passeggio insolente fra le strade di cenere, incurante della pioggia arida che inibisce i sorrisi ed i passi che sollevano nubi sciocche di polvere dolorante.
Con un dito disegno un pallido sorriso su un muro di cinta, mi intingo nella lordura di una gioia insapore, stordendomi il cuore con qualche ricordo che avvampa, di qua e di là.
Passa un cavallo, bellissimo, in fiamme. Sembra non volersi fermare davanti a nulla, rincorre il cielo livido, picchiato da poco da un marito geloso, un dio frustrato, che si mangia le unghie e la notte, di nascosto, spia chi dorme, solo per contarne i respiri, ed intervallarli con qualche sorriso di poco prezzo.
Corri, sì, bellissimo corri.
Non ti aspettavo, non ti aspettavo, ma ora insolente bussi ai vetri delle mie speranze, sfondi le pagine della mia coscienza, e lasci che in bocca mi si formino bolle di parole, che scoppiamo, pup pup pup, in qualcosa che mi vergogno a riferire.
Il rosso è il colore della giornata, come in un gioco a premi, metto nel piatto le mie viscere stanche, e osservo negli occhi le ombre dietro le ombre.
Forse, ho un po’paura.
Ma ecco, passa di nuovo, bellissimo.
Così, bellissimo, corri.
Proverò a seguirti, da qualche parte, in cima all’universo, e nelle palme terrò le stelle che ho sempre sognato. La luna mi sembra così indifesa, quasi mi fa pena.
E vorrei che il sole mi abbracciasse ancora una volta, prima di spegnere la luce.
Mi tirerò le coperte sopra la testa, come fanno i bambini.
È bello essere bambini. Puoi piangere per le ginocchia sbucciate come per i desideri che marciscono nei cassetti del magari dopo e del poi forse.
Puoi gridare se non senti il bisogno di parlare, e puoi racchiudere il tempo di un giorno nello spazio di un anno.
Puoi tirare su la tapparella, lasciarti investire dalla novità sempre identica, e stupirti di qualcosa di tanto stupido da commuovere un santo, ma i santi, no, non ci sono più.
Li abbiamo finiti.
Allora batti i piedi a terra, fai le facce brutte, la mamma ti sgrida, forse ti dà uno schiaffo.
Eccolo, il santo, ecco qui, e alla fine hai vinto tu, i bambini vincono sempre.
Soldati senza divisa, imbracciano la loro ingenuità andando incontro a se stessi, fra quei volti che sembrano mille.
Poi, una mattina, si svegliano.
La pioggia ha lavato via il tempo, ci ha restituito solo fuliggine e conti da pagare.
Batti i piedi a terra, ancora.
La mamma non c’è. La mamma non sgrida, non schiaffeggia. La mamma è un nome, delle lettere, sillabiamole, e non resta che un bianco che scotta, non toccarlo, è pericoloso, mettilo via.
Dove? Qui, a cavallo fra il cuore e la memoria.
Ti servirà, non dubitarne.
Ne avrai bisogno, per annegare con dolcezza quando barcollerai ubriaco di sogni e pazzie.
Però adesso c’è questo fumo, ed una tosse nera dal fondo dell’anima.
I vestiti ti si incollano alle paure, il sudore ha l’odore di qualcuno che hai già conosciuto.
Eccolo, eccolo, sì, corri, bellissimo corri.
Inseguiamolo, tutti insieme.
È l’ultimo giorno di appello, poi la maestra si impiccherà lasciando ai posteri un testamento di risate e denti marci.
Corriamo, bellissimi.
Corriamo così, nudi nella selva di punteggiatura fra la notte e il giorno.
Poi apriamo gli occhi.
Lui è lì, bellissimo.
Il cavallo.
Si contorce.
Muore.
Noi battiamo i piedi a terra, piangiamo.
Mamma (?)
Mamma, io comincio a correre.

E chi mi ferma più?

giovedì 27 gennaio 2011

Apocalisse I


Si spegne il mondo, il mondo è in fiamme.
Arde il mondo, il mondo grida.
Io passeggio insolente fra le strade di cenere, incurante della pioggia arida che inibisce i sorrisi ed i passi che sollevano nubi sciocche di polvere dolorante.
Con un dito disegno un pallido sorriso su un muro di cinta, mi intingo nella lordura di una gioia da bambino, stordendomi il cuore con qualche ricordo che avvampa, di qua e di là.
Passa un cavallo, bellissimo, in fiamme. Sembra digrignare i denti e mormorare frasi sconnesse, come se domandasse informazioni per il paradiso. Poi, all’improvviso, cade, si contorce, muore.
Il cielo si rivolta allo stesso modo, non vuole cedere al peso dell’universo sopra di lui, e ha troppa paura per ammettere di essersi sentito così tanto solo, così troppo solo.
La grammatica di dio si congela nei biascichi sbavosi di un vecchio mendicante, la barba umida e unta, brucerà anche quella. Tiene solerte un cartello, dice aiutatemi ho fame e non ho soldi, e impietoso il tempo gli si è strappato via dalla faccia, ha lasciato solo i solchi di rughe sudice ed il bianco di una saggezza da avanspettacolo.
La parola di dio è quella che domina la città, sui cartelloni con culi e seni troppo sodi perché non ci si posi lo sguardo funesto dell’allibratore di momenti trascorsi così, in uno schiocco di lingua, che gusto, che sapore; un po’come languire a lungo fra gli abbracci ed i silenzi, come se tutto, veramente, dovesse avere un sapore, o un colore.
Il volere di dio ha l’ironia del sorriso di sbieco, che taglia la faccia, da una parte all’altra, così che poi, alla fine, non si fa altro che sedersi a ridosso di un teatro di martiri per applaudire qualche balletto macabro, una salsa da zitelle, un walzer di poveri mentecatti, il tip tap dei putridi, latranti ingenui, amici cari, amici miei, qui, qui tutti, in cerchio, giro girotondo, ma quant’è bello il mondo.
Ci divertiamo come matti, ci divertiamo come matti, mamma, mamma, mamma mia, aiutami, ti prego.
La polvere mi è scivolata nelle vene, si mescola al pulsare dell’orologio che tengo dentro al petto, la molla si incastra, proprio qui, e non c’è verso di capire come fare a ritornare dalla parte più giusta del mare. La salsedine si è incrostata dietro agli occhi, le lacrime ora hanno il sapore dei pesci annegati e degli scogli innamorati del rumore delle onde, timide amanti virginee e un po’sciocche, come le ragazzine di quei film tanto buoni da essere una così meravigliosa bugia.
Ah, che bello ingannarsi tremando di freddo al calore di uno schermo, schiacciando la nostra divina saggezza sulla plastica morbida dei nostri umori caldi e stanchi.
Ci rigiriamo, porci sorridenti, nel trogolo della misericordia mondana, accendendo i ceri della celebrità e consacrando le ore di sguardi a rampolli dell’idiozia, leccando furenti i nostri desideri ingloriosi sino a consumarci come triste fuliggine.
Ma tutto questo è passato, una parentesi, una sbavatura.
Non mi ricordo più dove volessi arrivare, e continuo a camminare.
La mia faccetta buffa, sul muro, quella non c’è più.
Ricoperta da una neve opprimente, spaventosa.
Ho  tanto freddo.
Ripenso all’inizio, mi aiuta a comprendere la fine.
Ricomincerò storie e storie, così, allo stesso modo.
Forse, ritroverò la strada.
Forse, ritroverò le parole.
Forse, e forse no.
Siamo rimasti io, il mondo, il tempo e dio.
Così mi siedo, nella terra livida, sbuffante.
Mi guardo intorno, il vento ansima, voglioso.
Non credo di capire bene, o forse non lo voglio per davvero.
Chiudo gli occhi, ed il buio è così rigoglioso da farmi venire voglia di piangere e dire basta, smembratemi, regalatemi l’ultimo atomo di bastevole pochezza, ma non lasciatemi qui.
Ma, intorno, solo il mondo.
Grida il mondo. Arde il mondo.
È in fiamme, il mondo.
E si spegne.

giovedì 20 gennaio 2011

aftermath.

Com’è possibile addormentarsi nell’incostanza della giornata? La caducità dei momenti passati è irriducibile e frustrante.
Bisognerebbe segnare una pagina bianca per ogni dubbio empirico, o semplicemente porre le domande giuste al dio più libero la domenica mattina, giorno di chiusura della nostra razionalità, quando invece le illusioni fanno grossi saldi: la fede si può acquistare su eBay, poco prezzo, e occultamente ecco che t’infili nelle orecchie il mormorio sciocco e slavato di un qualsiasi cantico.
Sono solo dubbi, niente di più; non si può semplicemente guardare avanti? Eppure, quando nella solitudine squallida di un ospizio si spegne il gocciare dell’esistenza, lo schifo cosparso d’oro della vita si trasforma in una melma informe da seppellire, come merda per concimare i fiori in un campo di morte sconosciuto, visitato dal pellegrinare affranto di parenti occasionali, semplicemente intristiti da giornate che curiosamente appaiono sempre tristi quando si valicano i confini di un cimitero qualsiasi di un mondo unilateralmente ateo. Poiché altro non si può pensare, di chi grida ai venti la giustizia di altisonanti scelte, senza però poterle realmente giustificare.
Chiedere come nasce un bambino è causa dello stesso imbarazzo prelato alla domanda “perché”.
Sciocchezze, si può pensare, e il giorno si estingue nella notte, battezzandosi padrone del tempo.
Ma se poi tremando ti avvicini al cuscino che accoglierà il sudore della tua dipartita, cosa fai? Piangi, piangi, gridi, puoi bestemmiare il dio dei giocattoli perduti, il dio delle piccole cose, il dio dei giorni mancati, il dio degli appuntamenti in ritardo, degli amori postumi, degli imbarazzi, il dio delle mutande sporche, dell’infanzia pentita e finita. Dipingiti il “dopo”, senza soffermarsi troppo sul “durante”.
Potresti vedere una luce bianca, o qualsiasi cosa tu possa preferire, ma dove sono i colori di quella strana quiete che potrebbe darti il raderti ancora la mattina successiva, o il sorriso della moglie e del marito, il ronfare del gatto sul letto, il giornale in salotto? Invece potresti andare ad arenarti nell’inconsapevole quiescenza di un letto macchiato di un’unta disillusione, abbandonati alle visite sporadiche nel corso della settimana, alle volte dimentichi dello stesso vivere, perché si è già scordato come ridere mangiare pensare tenere a freno quella bastarda vescica, e allora ecco il pannolone, a farsi tastare come infanti della peggior specie, galeotti in una prigione composta di pura vergogna, e ora senza più nemmeno la coscienza per poter dire a se stessi e all’universo intero basta così, basta così vi prego, l’umiliazione brucia agli angoli degli occhi, nel fondo dell’anima, è un desiderio che punge come lo spillo della debolezza inerme del povero vecchio di quel giorno che fu quando da giovani ci si diceva con risentimento non sarò mai così, e sia allora, rifiutando magari anche l’evidenza dei capelli rimasti nello scarico della doccia, e il non capire sempre più che il mondo ancora vorrebbe girare in senso orario, ma per noi oramai è un distillato di passate emozioni.
La scrittura si fa grande, gli occhi piccoli per il sonno.
Il cuore batte troppo poco o troppo spesso, e la salute, eh quando c’era la salute, ma non ci sono più i giovani di un tempo, sai che non mi ricordo, ma te l’ho già raccontato, e ancora: ti stringo le guance, te le strapazzo, so che lo odi, ma nipotino come sei cresciuto tu pensa che ti conoscevo quando eri alto così.
No, non ho fame, non mi piscio addosso, sono stato un padre migliore di quanto il mio non lo sia mai stato, io ho visto fatto perso vinto definito e vissuto la guerra.
Io sono sopravvissuto ai miei tempi, ma non sono sopravvissuto alla vecchiezza estenuante, che tanto prima o poi ti prende, come se giocassi a nascondino in mezzo al deserto, cosa puoi fare ancora se non inginocchiarti, ma per cosa?
Guarda sorgere la luna, inibisci il dolore, scordati le notti, i giorni si assomigliano, gozzoviglia nella noia, compatisciti, inacidisciti.
No bambini non potete giocare nel mio giardino, perché l’amore è sfiorito con i giorni e gli anni mi pesano sul cuore  come il martellare della mia spossatezza.
Sono sempre più stanco, abbandonato, e sempre più abbandonato allo sconcerto dei miei dubbi atavici che non trovano ragion d’essere.
Com’è possibile ridursi all’ombra pallida di se stessi? Cos’è tutto questo, una grande commedia che può durare un secondo o quasi un secolo? Dio dà, dio toglie.
Una lista forse. Sì, una lista.
Come quella dei buoni o dei cattivi. Come quella di Babbo Natale.
Chi è cattivo merita di morire, non c’è dubbio.
Ma paradossalmente tutti prima o poi cambiano verso nel sonno, e non si alzano più, per quanto stiano così scomodi nella morte.
Si potrebbe tirare una moneta, fare testa o croce.
L’orrore e la vergogna della senilità coglie impreparati, come a un’interrogazione il voto è basso, ci si corregge ma non c’è tempo, ormai ne è passato fin troppo.
Voltare pagina, combattere con una routine imprigionante, squassante, ammorbante.
Ridisegnare i confini della propria vecchiaia, sperando segretamente di poter ancora fare l’amore, vedere ricomparire un corpo non raggrinzito, gonfiarsi i seni, non sentirsi estranei alla modernità, lontani dall’adeguatezza puerile di questo presente distante.
L’ospizio è il girone dell’inferno dei malcapitati, abbandonati a se stessi o per se stessi, relitti, reietti, esuli dall’affetto.
Ma il silenzio di una casa per troppi anni è la vedovanza della felicità e della gioia.
Puntati una pistola alla testa, falla finita, premi il grilletto a cinquant’anni.
C’è sempre un problema però: il transitare da un capo all’altro è preoccupante.
Rivolgiti allora allo stesso dio dell’inizio, ma mettiti in attesa: una musica lamentosa e salmodica segnerà i tuoi tremori freddi.
Quando risponderà la segreteria telefonica ci sarà solo un imbarazzato silenzio: che cosa chiedere?
Cosi il resto è oscuro, un buio scivoloso e accidentato.
Basta così.
Troppe parole per una sola cicatrice già rimarginatasi con l’idea del “è stato meglio così”.
Non lo si può sapere, ma lo si può sperare: nessuno è mai tornato indietro a reclamare.
Magari è un grande lotto di ville da sogno, con piscina.
E vivere l’eternità nell’anzianità?
No si torna giovani.
Allora perché morire vecchi? E morendo giovani, si vive l’eternità nell’infanzia?
Basta così.
Angosciarsi è solo un protrarre l’attesa dell’inattendibile, oltre il quale non si può più aspettare, ma immaginare.
Immaginare cosa?
Basta così ho detto.
È stato meglio così.

Illudersi ha un sapore migliore.
L’attesa marcisce, noi con lei, ed il mondo crolla.
Monda le mie pene, pecca con me, ma guardami con affetto.
Io non ne ho colpa, e soffro.
Io non volevo, e soffro.
Io non ho sbagliato, e soffro.
Soffrirò, sì, questo  è certo.
Basta così.
È meglio così.
E sempre lo sarà.

amen.

ne(g)ro

Cadeva qualche laccio di pioggia; sembrava il cielo non volesse smettere di sgravidare i propri sentimenti, e lui stava bagnandosi il vestito della festa, il vestito per il funerale, il vestito per il matrimonio, e per ogni giorno dell’anno.
Tornava a casa dopo una lunga giornata passata a combattere contro una vita che non aveva voluto per davvero, ci era semplicemente cascato dentro con tutte le scarpe, e il fango gli era entrato nelle vene.
Aveva paura dell’oggi e del domani, e non ricordava più tanto bene ieri cosa fosse significato per lui; forse una storia d’amore finita male, o forse qualche gioco andato perduto alla roulette russa.
Era o non era un essere umano? Lo osservavano con disprezzo, compassione da due soldi, solidarietà da mercatino delle pulci.
BRAVO, BRAVO, sembravano gridargli, e battevano quelle loro mani impolverate di stupri e bugie. Lui stringeva gli occhi, non poteva piangere ancora; si sarebbe inginocchiato e avrebbe pregato, avrebbe sorriso, avrebbe ingoiato qualche nuova umiliazione, pronto a toccarsi il cuore e venderlo come un pezzo di carne in macelleria.
Ma quella pioggia non voleva saperne di smettere, era sempre lì, presente compagna d’un viaggio senza fine ed inizio.
Continuava così a camminare, e non poteva scordarsi del sapore del mare che aveva solcato senza bene capire come, ma ben sapendo perché; un giorno, infatti, la guerra aveva bussato alla porta della sua esistenza, suonando il campanello del suo Paese, e trovando occupato il telefono per il dialogo civile, aveva socchiuso la porta a cannonate.
Le grida sarebbero rimbombate nel silenzio del tempo sconosciuto a tutti; a nessuno importava, e mai sarebbe importato
Quando gli capitava di vedere gli spot pubblicitari, incantevoli pubblicità progresso (?), gli veniva da vomitare. Mostravano perfettamente gli orrori del suo piccolo mondo, e la gente osservava sempre qualche istante di silenzio, se solamente ne aveva voglia.
Ma poi tutto ripartiva, e chi beveva beveva ancora, e chi gridava gridava ancora, e chi viveva viveva ancora e sempre, e niente era successo.
Era arrivato una sera in cui gli stessi lacci di pioggia bagnavano la terra, ed era scappato in fretta perché non lo potessero vedere; nel viaggio erano morti in tre, due bambini e una vecchia senza nome né patria. Nessuno se n’era accorto; o, almeno, tutti avevano finto di non accorgersene.
Era subito andato ad inciampare nell’universo del lavoro, trattato come schiavo da un ignorante dalla puzza sotto il naso, un commerciante di pomodori che nemmeno sapeva coniugare i congiuntivi.
Si ricordava ancora della fatica fatta ad imparare una lingua tanto complessa, prima ancora di andare a lavorare in pizzeria, per portar da mangiare a unti untori, quando gli chiedevano la salciccia, e lui diceva, fra sé e sé, no, salsiccia, e gli chiedevano, se tu sapevi come dirlo, lo dicevi meglio NEGRO, e la parola gli bruciava nel petto, e faceva troppo male per poter essere inghiottita.
Ma lo aveva fatto, troppe volte, prima di essere cacciato ancora una volta quando la polizia aveva fatto irruzione per l’ennesima volta, e come da sempre era solo colpa sua.
Perché tutti voi siete uguali, dicevano con sufficienza e compiacenza, perché se esistono le puttane è perché voi le mettete per le strade.
Ma Voi non ve le scopate mai.
Perché se la droga c’è, è perché solo voi la spacciate.
Ma Voi non la comprate mai.
Perché se una donna viene stuprata, siete voi i barbari, i mostri, gli animali.
E voi mai infatti avete pensato di usare le donne come semplici oggetti da scambiare, rompere, rimpiangere, terrorizzare. Siamo noi i barbari, i mostri, gli animali, noi che arriviamo come un esercito, e facciamo così tanta paura che a malapena ci rivolgereste mai la parola.
Noi che siamo così orrendi che a stento volete conoscere i nostri nomi.
Noi che siamo così tanti da essere tutti uguali; se il deviato ha lo stesso colore della pelle, ecco che tutti sono deviati, marci e marcescenti.
Le vittime ignare della generalizzazione siamo noi uomini senza futuro ma con troppo passato, e loro donne con poche lacrime e migliaia di ferite invisibili.
Martiri della morale estranea, bersagliati dalle pietre delle malelingue, crocifissi mediatici infilati a forza negli scarichi dell’etica del patetismo più sfrenato.
Grazie, grazie e grazie ancora, voi che avete svenduto la vostra misericordia per il terrore, voi che avete cancellato dai libri di storia l’esistenza che ci avete demolito, pezzo pezzo, scuoiandoci l’anima con una lentezza sadica ed esasperante.
Grazie a voi, un altro cammina sotto lacci di pioggia stanchi, vecchio seppur giovane, il vetro negli occhi, il cemento nel cuore, il silenzio delle mani, il sapore di morte in bocca.
Grazie, e grazie ancora.

On a enseigné à l’Afrique l’histoire européenne,
mais on a oublié d’enseigner à l’Europe l’histoire africaine.
Tiken Jah Fakoly