Com’è possibile addormentarsi nell’incostanza della giornata? La caducità dei momenti passati è irriducibile e frustrante.
Bisognerebbe segnare una pagina bianca per ogni dubbio empirico, o semplicemente porre le domande giuste al dio più libero la domenica mattina, giorno di chiusura della nostra razionalità, quando invece le illusioni fanno grossi saldi: la fede si può acquistare su eBay, poco prezzo, e occultamente ecco che t’infili nelle orecchie il mormorio sciocco e slavato di un qualsiasi cantico.
Sono solo dubbi, niente di più; non si può semplicemente guardare avanti? Eppure, quando nella solitudine squallida di un ospizio si spegne il gocciare dell’esistenza, lo schifo cosparso d’oro della vita si trasforma in una melma informe da seppellire, come merda per concimare i fiori in un campo di morte sconosciuto, visitato dal pellegrinare affranto di parenti occasionali, semplicemente intristiti da giornate che curiosamente appaiono sempre tristi quando si valicano i confini di un cimitero qualsiasi di un mondo unilateralmente ateo. Poiché altro non si può pensare, di chi grida ai venti la giustizia di altisonanti scelte, senza però poterle realmente giustificare.
Chiedere come nasce un bambino è causa dello stesso imbarazzo prelato alla domanda “perché”.
Sciocchezze, si può pensare, e il giorno si estingue nella notte, battezzandosi padrone del tempo.
Ma se poi tremando ti avvicini al cuscino che accoglierà il sudore della tua dipartita, cosa fai? Piangi, piangi, gridi, puoi bestemmiare il dio dei giocattoli perduti, il dio delle piccole cose, il dio dei giorni mancati, il dio degli appuntamenti in ritardo, degli amori postumi, degli imbarazzi, il dio delle mutande sporche, dell’infanzia pentita e finita. Dipingiti il “dopo”, senza soffermarsi troppo sul “durante”.
Potresti vedere una luce bianca, o qualsiasi cosa tu possa preferire, ma dove sono i colori di quella strana quiete che potrebbe darti il raderti ancora la mattina successiva, o il sorriso della moglie e del marito, il ronfare del gatto sul letto, il giornale in salotto? Invece potresti andare ad arenarti nell’inconsapevole quiescenza di un letto macchiato di un’unta disillusione, abbandonati alle visite sporadiche nel corso della settimana, alle volte dimentichi dello stesso vivere, perché si è già scordato come ridere mangiare pensare tenere a freno quella bastarda vescica, e allora ecco il pannolone, a farsi tastare come infanti della peggior specie, galeotti in una prigione composta di pura vergogna, e ora senza più nemmeno la coscienza per poter dire a se stessi e all’universo intero basta così, basta così vi prego, l’umiliazione brucia agli angoli degli occhi, nel fondo dell’anima, è un desiderio che punge come lo spillo della debolezza inerme del povero vecchio di quel giorno che fu quando da giovani ci si diceva con risentimento non sarò mai così, e sia allora, rifiutando magari anche l’evidenza dei capelli rimasti nello scarico della doccia, e il non capire sempre più che il mondo ancora vorrebbe girare in senso orario, ma per noi oramai è un distillato di passate emozioni.
La scrittura si fa grande, gli occhi piccoli per il sonno.
Il cuore batte troppo poco o troppo spesso, e la salute, eh quando c’era la salute, ma non ci sono più i giovani di un tempo, sai che non mi ricordo, ma te l’ho già raccontato, e ancora: ti stringo le guance, te le strapazzo, so che lo odi, ma nipotino come sei cresciuto tu pensa che ti conoscevo quando eri alto così.
No, non ho fame, non mi piscio addosso, sono stato un padre migliore di quanto il mio non lo sia mai stato, io ho visto fatto perso vinto definito e vissuto la guerra.
Io sono sopravvissuto ai miei tempi, ma non sono sopravvissuto alla vecchiezza estenuante, che tanto prima o poi ti prende, come se giocassi a nascondino in mezzo al deserto, cosa puoi fare ancora se non inginocchiarti, ma per cosa?
Guarda sorgere la luna, inibisci il dolore, scordati le notti, i giorni si assomigliano, gozzoviglia nella noia, compatisciti, inacidisciti.
No bambini non potete giocare nel mio giardino, perché l’amore è sfiorito con i giorni e gli anni mi pesano sul cuore come il martellare della mia spossatezza.
Sono sempre più stanco, abbandonato, e sempre più abbandonato allo sconcerto dei miei dubbi atavici che non trovano ragion d’essere.
Com’è possibile ridursi all’ombra pallida di se stessi? Cos’è tutto questo, una grande commedia che può durare un secondo o quasi un secolo? Dio dà, dio toglie.
Una lista forse. Sì, una lista.
Come quella dei buoni o dei cattivi. Come quella di Babbo Natale.
Chi è cattivo merita di morire, non c’è dubbio.
Ma paradossalmente tutti prima o poi cambiano verso nel sonno, e non si alzano più, per quanto stiano così scomodi nella morte.
Si potrebbe tirare una moneta, fare testa o croce.
L’orrore e la vergogna della senilità coglie impreparati, come a un’interrogazione il voto è basso, ci si corregge ma non c’è tempo, ormai ne è passato fin troppo.
Voltare pagina, combattere con una routine imprigionante, squassante, ammorbante.
Ridisegnare i confini della propria vecchiaia, sperando segretamente di poter ancora fare l’amore, vedere ricomparire un corpo non raggrinzito, gonfiarsi i seni, non sentirsi estranei alla modernità, lontani dall’adeguatezza puerile di questo presente distante.
L’ospizio è il girone dell’inferno dei malcapitati, abbandonati a se stessi o per se stessi, relitti, reietti, esuli dall’affetto.
Ma il silenzio di una casa per troppi anni è la vedovanza della felicità e della gioia.
Puntati una pistola alla testa, falla finita, premi il grilletto a cinquant’anni.
C’è sempre un problema però: il transitare da un capo all’altro è preoccupante.
Rivolgiti allora allo stesso dio dell’inizio, ma mettiti in attesa: una musica lamentosa e salmodica segnerà i tuoi tremori freddi.
Quando risponderà la segreteria telefonica ci sarà solo un imbarazzato silenzio: che cosa chiedere?
Cosi il resto è oscuro, un buio scivoloso e accidentato.
Basta così.
Troppe parole per una sola cicatrice già rimarginatasi con l’idea del “è stato meglio così”.
Non lo si può sapere, ma lo si può sperare: nessuno è mai tornato indietro a reclamare.
Magari è un grande lotto di ville da sogno, con piscina.
E vivere l’eternità nell’anzianità?
No si torna giovani.
Allora perché morire vecchi? E morendo giovani, si vive l’eternità nell’infanzia?
Basta così.
Angosciarsi è solo un protrarre l’attesa dell’inattendibile, oltre il quale non si può più aspettare, ma immaginare.
Immaginare cosa?
Basta così ho detto.
È stato meglio così.
Illudersi ha un sapore migliore.
L’attesa marcisce, noi con lei, ed il mondo crolla.
Monda le mie pene, pecca con me, ma guardami con affetto.
Io non ne ho colpa, e soffro.
Io non volevo, e soffro.
Io non ho sbagliato, e soffro.
Soffrirò, sì, questo è certo.
Basta così.
È meglio così.
E sempre lo sarà.
amen.
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