Cadeva qualche laccio di pioggia; sembrava il cielo non volesse smettere di sgravidare i propri sentimenti, e lui stava bagnandosi il vestito della festa, il vestito per il funerale, il vestito per il matrimonio, e per ogni giorno dell’anno.
Tornava a casa dopo una lunga giornata passata a combattere contro una vita che non aveva voluto per davvero, ci era semplicemente cascato dentro con tutte le scarpe, e il fango gli era entrato nelle vene.
Aveva paura dell’oggi e del domani, e non ricordava più tanto bene ieri cosa fosse significato per lui; forse una storia d’amore finita male, o forse qualche gioco andato perduto alla roulette russa.
Era o non era un essere umano? Lo osservavano con disprezzo, compassione da due soldi, solidarietà da mercatino delle pulci.
BRAVO, BRAVO, sembravano gridargli, e battevano quelle loro mani impolverate di stupri e bugie. Lui stringeva gli occhi, non poteva piangere ancora; si sarebbe inginocchiato e avrebbe pregato, avrebbe sorriso, avrebbe ingoiato qualche nuova umiliazione, pronto a toccarsi il cuore e venderlo come un pezzo di carne in macelleria.
Ma quella pioggia non voleva saperne di smettere, era sempre lì, presente compagna d’un viaggio senza fine ed inizio.
Continuava così a camminare, e non poteva scordarsi del sapore del mare che aveva solcato senza bene capire come, ma ben sapendo perché; un giorno, infatti, la guerra aveva bussato alla porta della sua esistenza, suonando il campanello del suo Paese, e trovando occupato il telefono per il dialogo civile, aveva socchiuso la porta a cannonate.
Le grida sarebbero rimbombate nel silenzio del tempo sconosciuto a tutti; a nessuno importava, e mai sarebbe importato
Quando gli capitava di vedere gli spot pubblicitari, incantevoli pubblicità progresso (?), gli veniva da vomitare. Mostravano perfettamente gli orrori del suo piccolo mondo, e la gente osservava sempre qualche istante di silenzio, se solamente ne aveva voglia.
Ma poi tutto ripartiva, e chi beveva beveva ancora, e chi gridava gridava ancora, e chi viveva viveva ancora e sempre, e niente era successo.
Era arrivato una sera in cui gli stessi lacci di pioggia bagnavano la terra, ed era scappato in fretta perché non lo potessero vedere; nel viaggio erano morti in tre, due bambini e una vecchia senza nome né patria. Nessuno se n’era accorto; o, almeno, tutti avevano finto di non accorgersene.
Era subito andato ad inciampare nell’universo del lavoro, trattato come schiavo da un ignorante dalla puzza sotto il naso, un commerciante di pomodori che nemmeno sapeva coniugare i congiuntivi.
Si ricordava ancora della fatica fatta ad imparare una lingua tanto complessa, prima ancora di andare a lavorare in pizzeria, per portar da mangiare a unti untori, quando gli chiedevano la salciccia, e lui diceva, fra sé e sé, no, salsiccia, e gli chiedevano, se tu sapevi come dirlo, lo dicevi meglio NEGRO, e la parola gli bruciava nel petto, e faceva troppo male per poter essere inghiottita.
Ma lo aveva fatto, troppe volte, prima di essere cacciato ancora una volta quando la polizia aveva fatto irruzione per l’ennesima volta, e come da sempre era solo colpa sua.
Perché tutti voi siete uguali, dicevano con sufficienza e compiacenza, perché se esistono le puttane è perché voi le mettete per le strade.
Ma Voi non ve le scopate mai.
Perché se la droga c’è, è perché solo voi la spacciate.
Ma Voi non la comprate mai.
Perché se una donna viene stuprata, siete voi i barbari, i mostri, gli animali.
E voi mai infatti avete pensato di usare le donne come semplici oggetti da scambiare, rompere, rimpiangere, terrorizzare. Siamo noi i barbari, i mostri, gli animali, noi che arriviamo come un esercito, e facciamo così tanta paura che a malapena ci rivolgereste mai la parola.
Noi che siamo così orrendi che a stento volete conoscere i nostri nomi.
Noi che siamo così tanti da essere tutti uguali; se il deviato ha lo stesso colore della pelle, ecco che tutti sono deviati, marci e marcescenti.
Le vittime ignare della generalizzazione siamo noi uomini senza futuro ma con troppo passato, e loro donne con poche lacrime e migliaia di ferite invisibili.
Martiri della morale estranea, bersagliati dalle pietre delle malelingue, crocifissi mediatici infilati a forza negli scarichi dell’etica del patetismo più sfrenato.
Grazie, grazie e grazie ancora, voi che avete svenduto la vostra misericordia per il terrore, voi che avete cancellato dai libri di storia l’esistenza che ci avete demolito, pezzo pezzo, scuoiandoci l’anima con una lentezza sadica ed esasperante.
Grazie a voi, un altro cammina sotto lacci di pioggia stanchi, vecchio seppur giovane, il vetro negli occhi, il cemento nel cuore, il silenzio delle mani, il sapore di morte in bocca.
Grazie, e grazie ancora.
On a enseigné à l’Afrique l’histoire européenne,
mais on a oublié d’enseigner à l’Europe l’histoire africaine.
Tiken Jah Fakoly
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