giovedì 27 gennaio 2011

Apocalisse I


Si spegne il mondo, il mondo è in fiamme.
Arde il mondo, il mondo grida.
Io passeggio insolente fra le strade di cenere, incurante della pioggia arida che inibisce i sorrisi ed i passi che sollevano nubi sciocche di polvere dolorante.
Con un dito disegno un pallido sorriso su un muro di cinta, mi intingo nella lordura di una gioia da bambino, stordendomi il cuore con qualche ricordo che avvampa, di qua e di là.
Passa un cavallo, bellissimo, in fiamme. Sembra digrignare i denti e mormorare frasi sconnesse, come se domandasse informazioni per il paradiso. Poi, all’improvviso, cade, si contorce, muore.
Il cielo si rivolta allo stesso modo, non vuole cedere al peso dell’universo sopra di lui, e ha troppa paura per ammettere di essersi sentito così tanto solo, così troppo solo.
La grammatica di dio si congela nei biascichi sbavosi di un vecchio mendicante, la barba umida e unta, brucerà anche quella. Tiene solerte un cartello, dice aiutatemi ho fame e non ho soldi, e impietoso il tempo gli si è strappato via dalla faccia, ha lasciato solo i solchi di rughe sudice ed il bianco di una saggezza da avanspettacolo.
La parola di dio è quella che domina la città, sui cartelloni con culi e seni troppo sodi perché non ci si posi lo sguardo funesto dell’allibratore di momenti trascorsi così, in uno schiocco di lingua, che gusto, che sapore; un po’come languire a lungo fra gli abbracci ed i silenzi, come se tutto, veramente, dovesse avere un sapore, o un colore.
Il volere di dio ha l’ironia del sorriso di sbieco, che taglia la faccia, da una parte all’altra, così che poi, alla fine, non si fa altro che sedersi a ridosso di un teatro di martiri per applaudire qualche balletto macabro, una salsa da zitelle, un walzer di poveri mentecatti, il tip tap dei putridi, latranti ingenui, amici cari, amici miei, qui, qui tutti, in cerchio, giro girotondo, ma quant’è bello il mondo.
Ci divertiamo come matti, ci divertiamo come matti, mamma, mamma, mamma mia, aiutami, ti prego.
La polvere mi è scivolata nelle vene, si mescola al pulsare dell’orologio che tengo dentro al petto, la molla si incastra, proprio qui, e non c’è verso di capire come fare a ritornare dalla parte più giusta del mare. La salsedine si è incrostata dietro agli occhi, le lacrime ora hanno il sapore dei pesci annegati e degli scogli innamorati del rumore delle onde, timide amanti virginee e un po’sciocche, come le ragazzine di quei film tanto buoni da essere una così meravigliosa bugia.
Ah, che bello ingannarsi tremando di freddo al calore di uno schermo, schiacciando la nostra divina saggezza sulla plastica morbida dei nostri umori caldi e stanchi.
Ci rigiriamo, porci sorridenti, nel trogolo della misericordia mondana, accendendo i ceri della celebrità e consacrando le ore di sguardi a rampolli dell’idiozia, leccando furenti i nostri desideri ingloriosi sino a consumarci come triste fuliggine.
Ma tutto questo è passato, una parentesi, una sbavatura.
Non mi ricordo più dove volessi arrivare, e continuo a camminare.
La mia faccetta buffa, sul muro, quella non c’è più.
Ricoperta da una neve opprimente, spaventosa.
Ho  tanto freddo.
Ripenso all’inizio, mi aiuta a comprendere la fine.
Ricomincerò storie e storie, così, allo stesso modo.
Forse, ritroverò la strada.
Forse, ritroverò le parole.
Forse, e forse no.
Siamo rimasti io, il mondo, il tempo e dio.
Così mi siedo, nella terra livida, sbuffante.
Mi guardo intorno, il vento ansima, voglioso.
Non credo di capire bene, o forse non lo voglio per davvero.
Chiudo gli occhi, ed il buio è così rigoglioso da farmi venire voglia di piangere e dire basta, smembratemi, regalatemi l’ultimo atomo di bastevole pochezza, ma non lasciatemi qui.
Ma, intorno, solo il mondo.
Grida il mondo. Arde il mondo.
È in fiamme, il mondo.
E si spegne.

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