Si spegne il mondo, il mondo è in fiamme.
Arde il mondo, il mondo grida.
Io passeggio insolente fra le strade di cenere, incurante della pioggia arida che inibisce i sorrisi ed i passi che sollevano nubi sciocche di polvere dolorante.
Con un dito disegno un pallido sorriso su un muro di cinta, mi intingo nella lordura di una gioia insapore, stordendomi il cuore con qualche ricordo che avvampa, di qua e di là.
Passa un cavallo, bellissimo, in fiamme. Sembra non volersi fermare davanti a nulla, rincorre il cielo livido, picchiato da poco da un marito geloso, un dio frustrato, che si mangia le unghie e la notte, di nascosto, spia chi dorme, solo per contarne i respiri, ed intervallarli con qualche sorriso di poco prezzo.
Corri, sì, bellissimo corri.
Non ti aspettavo, non ti aspettavo, ma ora insolente bussi ai vetri delle mie speranze, sfondi le pagine della mia coscienza, e lasci che in bocca mi si formino bolle di parole, che scoppiamo, pup pup pup, in qualcosa che mi vergogno a riferire.
Il rosso è il colore della giornata, come in un gioco a premi, metto nel piatto le mie viscere stanche, e osservo negli occhi le ombre dietro le ombre.
Forse, ho un po’paura.
Ma ecco, passa di nuovo, bellissimo.
Così, bellissimo, corri.
Proverò a seguirti, da qualche parte, in cima all’universo, e nelle palme terrò le stelle che ho sempre sognato. La luna mi sembra così indifesa, quasi mi fa pena.
E vorrei che il sole mi abbracciasse ancora una volta, prima di spegnere la luce.
Mi tirerò le coperte sopra la testa, come fanno i bambini.
È bello essere bambini. Puoi piangere per le ginocchia sbucciate come per i desideri che marciscono nei cassetti del magari dopo e del poi forse.
Puoi gridare se non senti il bisogno di parlare, e puoi racchiudere il tempo di un giorno nello spazio di un anno.
Puoi tirare su la tapparella, lasciarti investire dalla novità sempre identica, e stupirti di qualcosa di tanto stupido da commuovere un santo, ma i santi, no, non ci sono più.
Li abbiamo finiti.
Allora batti i piedi a terra, fai le facce brutte, la mamma ti sgrida, forse ti dà uno schiaffo.
Eccolo, il santo, ecco qui, e alla fine hai vinto tu, i bambini vincono sempre.
Soldati senza divisa, imbracciano la loro ingenuità andando incontro a se stessi, fra quei volti che sembrano mille.
Poi, una mattina, si svegliano.
La pioggia ha lavato via il tempo, ci ha restituito solo fuliggine e conti da pagare.
Batti i piedi a terra, ancora.
La mamma non c’è. La mamma non sgrida, non schiaffeggia. La mamma è un nome, delle lettere, sillabiamole, e non resta che un bianco che scotta, non toccarlo, è pericoloso, mettilo via.
Dove? Qui, a cavallo fra il cuore e la memoria.
Ti servirà, non dubitarne.
Ne avrai bisogno, per annegare con dolcezza quando barcollerai ubriaco di sogni e pazzie.
Però adesso c’è questo fumo, ed una tosse nera dal fondo dell’anima.
I vestiti ti si incollano alle paure, il sudore ha l’odore di qualcuno che hai già conosciuto.
Eccolo, eccolo, sì, corri, bellissimo corri.
Inseguiamolo, tutti insieme.
È l’ultimo giorno di appello, poi la maestra si impiccherà lasciando ai posteri un testamento di risate e denti marci.
Corriamo, bellissimi.
Corriamo così, nudi nella selva di punteggiatura fra la notte e il giorno.
Poi apriamo gli occhi.
Lui è lì, bellissimo.
Il cavallo.
Si contorce.
Muore.
Noi battiamo i piedi a terra, piangiamo.
Mamma (?)
Mamma, io comincio a correre.
E chi mi ferma più?
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