Si spegne il mondo, il mondo è in fiamme.
Arde il mondo, il mondo grida.
Io passeggio insolente fra le strade di cenere, incurante della pioggia arida che inibisce i sorrisi ed i passi che sollevano nubi sciocche di polvere dolorante.
Con un dito disegno un pallido sorriso su un muro di cinta, sulla punta delle labbra nascondo fiumi di lettere e segreti, stordendomi il cuore con qualche ricordo che avvampa, di qua e di là.
Passa un cavallo, bellissimo, in fiamme.
Lascia dietro di sé un’ombra di fumo rosso, una virgola arruffata.
Cammino misurandomi l’anima in centimetri di stanchezza, come se non avessi di meglio da fare.
Guardo gli alberi tendersi al cielo, come se pregassero.
Le ultime foglie secche danzano al suono di una brezza senza perché; sembrano stiano battendo i denti, per il freddo.
Mi avvicino ad un tronco, vi appoggio l’orecchio.
Non so perché, ma forse vorrei sentire da lui qualcosa che mi sveli un mistero insoluto, una domanda da far inginocchiare il mare e impazzire il vento.
Ma lui se ne sta lì, muto, a salmodiare sui lapilli ardenti che sono le sue lacrime e le sue stigmate.
Cerco una nuvola, in cielo.
Mi accoglie l’occhio buio dell’indifferenza, e all’improvviso, ecco piovere pagine e pagine bianche.
Le parole si bagneranno tutte, s’inzupperanno, non lasceranno che qualcuno ancora le sporchi con i suoi sguardi avidi e mollicci, con quelle dita di fango, e la lingua di pece.
Sono ostie bianche di carta, i corpi di mille cristi che danzano nel nome dell’ignoranza e del digiuno, spandendo nel silenzio l’odore flebile della paura e delle lacrime.
All’improvviso, mi pare che un canto si profili dietro lo scrosciare di lettere.
Un minareto crolla, e dentro, sotto mattoni che sembrano croci, si stringono i figli di tutti gli dei, anche quelli più superbi, e piangono in coro gli amori che hanno lasciato nelle tasche dei ricordi, scambiando la vita per una fede da fast-food.
Un bambino penzola a testa in giù da un’arcata imponente.
Tiene fra le dita paffute e sporche un biglietto, che dice qual è il volto del domani?, ma, poverino, non sa leggere, perché gli occhi gli si sono cementati di luce ignorante.
Geme, piano piano, chiede dimmi il nome di dio dimmi il nome di dio dimmi il nome di dio.
Gli si avvicina un corvo, mormora piano qualcosa, poi gracidante scappa via, terrorizzato.
Il bambino comincia a gridare, via, via, VIA VATTENE VIA, ma è troppo tardi.
Si contorce, piccola squallida serpe, cede il muro, tutto crolla, in un istante.
Si levano lapilli di miseria, e nulla più.
Trascino stanche le suole al ritmo cadenzato dei miei respiri; ma sono così stanco.
Mi guardo le punte dei piedi, non le riconosco.
Cammino da tempo, ma non ho mai cercato di arrivare alla fine.
Così è adesso che tutto mi appare così strano, come se lo avessi sempre saputo, o me lo fossi soltanto dimenticato.
Un uomo mi tira per la manica, mi dice qual è il nome di dio?, poi fa una capriola, e scoppia a piangere.
Ha il mento unto di saliva, gli occhi lividi per l’insonnia, e puzza come i deserti in fondo al cuore.
Mi guardo il braccio, una macchia invisibile di miseria è come un’epidemia celebrale, un’isteria, ed inizio a carezzarmi la coscienza, come si fa con i cagnetti stupidi ed affettuosi: no, non sarà così.
Non sarà con la bava alla bocca.
Mi trascino più in fretta, sono un verme nell’intestino del mondo, una tenia impacciata che balla uno swing meditabondo.
Mangio me stesso, e divoro tutto il resto.
Per certi versi, grufolo.
Una donna corre, nuda, le mani sanguinanti, il ventre sfondato, grida ho abortito le mie paure ho abortito le mie paure.
Un oceano di feti si ammassa sulla banchina di un porto macilento, e in lontananza un organetto da circo accompagna dieci piccoli clown, ognuno con una rivoltella.
Il cavallo.
Bang.
L’albero.
Bang.
Il bambino.
Bang.
L’uomo.
Bang.
La donna.
Bang.
E gli altri cinque stanno a guardare, mentre turbe di cani latranti si avventano sulle loro carni molli, sbranano e sbranano, e loro zitti, nemmeno un grido. Soltanto, stanno lì, e aspettano.
Io svolto un angolo immaginario, scuoto la polvere che ho nella mente, e penso che sto pensando che non vorrei mai dover capire.
Sento uno scalpiccio furente, il cuore mi balza in gola.
Passa, un cavallo, bellissimo, scheletrico.
Un denso fumo nero avvolge i suoi sbuffi, digrigna i denti in una smorfia di dolore ed odio, e di terribile pietà.
Mi getta a terra.
Mi domando, qual è il nome di dio?
I cani portano trottando la loro fame immonda.
Un vecchio mi striscia vicino, mi sussurra, lo sai qual è il nome di dio?
E in quel momento capisco, all’improvviso, con orrore, che lui lo conosce.
Io mi alzo di scatto, afferro una pietra, e lo colpisco, una due tre quattro cinque sei sette otto volte.
Poi ancora.
Ancora.
Ancora.
Alla fine, non rimane troppo da fare.
Mi siedo di nuovo a terra, cerco una sigaretta che so di non avere.
Ecco il primo di voi laidi bastardi. Venite, venite, ce n’è per tutti.
quando il primo mi strappa via la carne
non è come me lo sarei aspettato.
Per un momento, mi viene da ridere.
Lo sapete, voi, qual è il nome di dio?
poi comincio a gridare.
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