C’era un’aria cattiva, un’aria silenziosa.
Era come se il mondo avesse deciso di condensarsi dietro le ombre, a grattare sui vetri.
Il freddo ti entrava nella testa, nelle vene, giù, giù, sotto il cuore.
A. tira su la lampo, osserva e si lascia osservare. Sa di avere i capelli sporchi, non gli interessa.
Il frastuono del traffico si arrampica per i muri di palazzo Enzo; il Nettuno è sempre indifferente, a lui di queste cose frega davvero niente.
Ci sono le solite luci, i soliti colori, magari non proprio gli stessi odori.
Gli si avvicina D., e come sempre irrompe nelle vite degli altri senza mai chiedere il permesso o pulirsi le suole dai minuti che calpesta.
Allora, gli dice.
Stiamo decidendo dove andare, tu hai qualche idea?
Tanto lo sa già come finirà, A.
Andranno a sedersi in qualche pub, o magari gireranno ancora per un po’; qualcuno farà su, forse, ma non ci si può davvero contare. Vorrebbe alzare uno sguardo pieno di risentimento su D., quel gran coglione. Non si rende conto che stanno vivendo le vite degli altri? È tutto uguale, appiccicoso.
Poi però ci ripensa, lui non ne ha colpa.
Andiamo all’Irish, dice.
Ma muoviamoci, sennò non troviamo posto.
L. sta scegliendo credo la terza maglietta, tanto è già in ritardo e continuerà ad esserlo, maglia o meno.
Le butta alla rinfusa sul retto, sembrano le sue idee nei giorni di pioggia più fitta.
Il computer ronza dispettoso sul tavolo, rimarrà acceso oppure scoppierà l’universo e allora si degnerà di spegnersi.
Qualche ora prima D. le aveva mandato un messaggio, diceva andiamo all’irish vieni dai.
A L. piaceva stare con D.; a L. piaceva D., credo, ma non ha troppa importanza.
L. sta in via Mascarella, un appartamento con due sue amiche di Firenze che sono salite con lei per studiare qui.
Getta uno sguardo distratto fuori dalla finestra: il venerdì si stende ozioso e senza troppe moine, è un animale bravo, obbediente, senza grandi pretese.
Sceglie il cardigan grigio e sotto una maglia un po’scollata, nera. I jeans, sono i soliti; le scarpe, pure.
Esce, non saluta, perché tanto è a casa da sola, le altre due sono scese dai genitori per il finesettimana. La porta cigola, Bologna le chiede di fare meno casino.
Si ritrovano tutti seduti intorno ad un tavolo per una riunione chiassosa, nel religioso torpore imposto dalla birra e dagli sguardi di pietra e di acqua insieme.
Ridono e ridono, le cazzate si gonfiano nell’aria, sono bolle di sapone che scoppiano nel fumo della sala fumatori, lasciandosi dietro solo il ricordo di quello che sono state.
L. sa di aver bevuto abbastanza, ma non si accontenta, vorrebbe qualcosa di più.
D. sa di piacerle, vuole giocarsi la faccia e provare il tutto per tutto.
A. ogni tanto si zittisce, fa lo scontroso, si chiude le braccia e la bocca per poi ricominciare tutto da capo.
C’è anche P., che continua a far girare lo sguardo intorno, magari vede qualcuno che conosce e potrà dimostrare agli altri e a se stesso che ha tanti amici.
M. non aveva voglia di uscire, ma eccola, è lì con loro, e allora smettila di lamentarti. Vorrebbe baciare baciare baciare, e forse fare l’amore, oppure no, magari basta pure una scopata, e ti saluto malinconia.
C’è un innocente squallore in quest’istantanea di vita, e pure un po’in quei loro sogni magari nascosti o magari preconfezionati, da scaldare nel microonde.
Potrebbero essere i protagonisti di carta di romanzi da edicola, o di qualche capolavoro intramontabile, che disegna vite e cornici come se fossero banali ovvietà.
Ma a loro queste cose non passano nemmeno per la testa; forse solamente ad A., perché a lui non basta la vita, a lui non basta Bologna.
A lui non basta svegliarsi la mattina, lavarsi via i sogni della notte ed abbandonarli nell’asciugamano, sfregarsi i denti come al solito, vestirsi e poi saltare sul 32, che puzza sempre, cazzo, anche quando ci sono dieci persone.
Scende, cammina, si gira, saluta, sorride, bla bla bla, e lo sappiamo già.
In aula, ascolta, prende appunti, poi magari smette, può ricominciare se ne ha voglia, scambia parole e opinioni spicciole, guarda sempre le ragazze che si alzano e vanno da qualche parte, e pensa magari le parlo, la saluto, la impezzo con un pretesto qualunqu(ista)e, e così lei dirà che persona interessante.
Però sono solo pensieri.
Si legge, si comprime il tempo e si scola la pasta, poi arriva la sera, il momento peggiore.
Si vorrebbe sempre fare qualcosa di diverso, ma alla fine si fa sempre lo stesso, non cambia molto, e sembra potrebbe non cambiare mai.
Almeno una volta al giorno vuole fare l’intellettuale, si mette a parlare, declamare e litigare, perlopiù con D., che non sopporta proprio quelli dalla retorica facile e le idee di nebbia.
Intanto L. si è accesa una sigaretta, e soffia via del fumo insaporito dalle sue labbra, che incantano; sono sospese nel posto giusto, sotto quegli occhi che si ritrova, che ti si piantano dentro, a forza.
Vorrebbe poter dire una cosa da lasciare D. a bocca aperta, spogliarlo della sua sicurezza, di quel sorriso che gli taglia la faccia come una smorfia, e che affascina sempre.
E invece fuma, e cerca di far finta di ascoltare P., che raffazzona quattro parole e ride compiaciuto.
M. a un certo punto alza la mano, saluta lontano.
Si avvicina un ragazzo, le sorride, sembra bello, ma poi dipende.
Si chiama S., si droga, e questo dovrebbe bastare.
:) Questo mi piace molto molto :)
RispondiEliminamerci :)
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